martedì 29 dicembre 2009

CONSIGLI SESSUALI DI BERLUSCONI.

Berlusconi e Patrizia D'addario intercettati al telefono mentre parlano di sesso

http://www.youtube.com/watch?v=W35jYd1YTLM&feature=related

Buon Ascolto

lunedì 21 dicembre 2009

FIRMA L'APPELLO PER IMPEDIRE ALLA MAFIA DI RICOMPRARE I BENI A LORO CONFISCATI

Adesso il nostro governo ha deciso di restituire alla mafia i beni che con un enorme sforzo gli erano stati confiscati.
FIRMA L'APPELLO PER IMPEDIRE QUESTO GESTO INCOSCIENTE E SCONSIDERATO:
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780

domenica 20 dicembre 2009

sabato 19 dicembre 2009

Il curriculum di Corrado Carnevale

Editoriali - Editoriali

Scritto da Benny Calasanzio

Martedì 14 Ottobre 2008
"Falcone non capisce niente... Borsellino e Falcone sono i due dioscuri... Hanno un livello di professionalità prossimo allo zero... : per Paolo Borsellino appena ucciso: che Dio lo mandasse all'inferno... Io i morti li rispetto, ma certi morti no.... Falcone ha quattro facce, come il caciocavallo" . Corrado Carnevale.

In una nazione decente un uomo, uno qualunque, che pronunci queste parole rischierebbe il linciaggio, prima fisico e poi morale. Ma siccome siamo la solita, disgraziata Italia, questo individuo dalle fattezze umane rischia di diventare Primo Presidente della Corte di Cassazione.

Stiamo parlando del galantuomo Corrado Carnevale, che probabilmente si vanta pure di essere definito l' "ammazzasentenze".

Un giudice di quelli con la g minuscola, capace di annullare oltre 500 processi per vizi di forma.

Un professionista delle carte a posto a servizio, secondo la sentenza di appello, di Cosa Nostra.



In primo grado era stato assolto, il galantuomo. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio, da quelli che erano suoi colleghi. Assolto perchè le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all'esterno del Tribunale.

Le pressioni quindi c'erano state ed erano dimostrate ma non erano utilizzabili per la condanna.

Sorvoliamo. Vediamo cosa faceva il giudice, mentre era in Cassazione.

Il 9 febbraio1981 la prima sezione annulla l'ergastolo a cui era stato condannato Paolo Signorelli per l'uccisione del giudice romano Vittorio Occorsio.

Il 28 gennaio 1981 la Cassazione respinge i ricorsi dell' accusa nel processo sulla strage di Bologna e conferma le assoluzioni di Franco Freda, Giovanni Ventura, Pietro Valpreda e Mario Merlino.

Il 10 gennaio 1981, ricorso contro numerosi imputati di mafia. Per un errore della prima sezione della Cassazione 2O imputati tornano in libertà: la prima sezione aveva fissato l' esame del ricorso per il giorno successivo a quello in cui scadevano i termini di custodia preventiva degli imputati.

23 febbraio 1987. Ci sono tre uomini, tre mafiosi: Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia. La Corte d' assise d' appello di Palermo li aveva condannati all' ergastolo per l' omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. La corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla e rinvia in Corte d'Assise, liberando i tre killer; motivazione: in base all' articolo I85 del codice di procedura penale, la convocazione inviata agli avvocati degli imputati per farli partecipare al sorteggio dei giudici popolari, aveva una data diversa da quella effettiva, come previsto dalla legge sulle corti d' assise d' appello, che però non prescrive la stessa regola per i giurati supplenti. Si era opposto solo il sostituto procuratore della Suprema Corte, Antonino Scopelliti.

Processo per l' uccisione del consigliere istruttore Rocco Chinnici: la Cassazione rinvia in appello a Catania e annulla gli ergastoli inflitti ai fratelli Michele e Salvatore Greco.

21 febbraio 1987. La prima sezione annulla la condanna all' ergastolo inflitta al presunto killer del maresciallo dei carabinieri Vito Jevolella.

3 marzo 1987, sempre Carnevale presidente: 112 presunti terroristi appartenenti a Prima linea e ai Comitati comunisti rivoluzionari condannati in appello l'otto marzo 1986. Annullate le condanne all' ergastolo per Maurizio Baldasseroni, Maurice Bignami, Oscar Tagliaferri, Giovanni Stefan, Sergio Segio, Oreste Scalzone.

Annullamento dei mandati di cattura contro i "cavalieri del lavoro" di Catania, ordinati dai giudici di Trapani.

Annullamento dell'ordine di cattura contro Giuseppe Missi, imputato per la strage del rapido 904.

Annullamento del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore di Roma contro Pippo Calò.

Presidente di Cassazione, ribadisco, sempre il redivivo Corrado Carnevale.

17 marzo 1986: la corte d' appello di Reggio Calabria il 24 aprile 1986 condanna con l' accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso Francesco Mammoliti, Francesco Strangio, Antonio Pizzata, Domenico Pipicelli, Carlo Fuda, Rocco Carrozza, Francesco Pascale, Antonia Vottari e Maria e Nina Falcomata. La prima sezione della Corte suprema presieduta da Corrado Carnevale annullato senza rinvio.

1 aprile 1987: la prima sezione della Cassazione annulla gli ordini di cattura emessi contro il boss della ' ndrangheta Giuseppe Lo Giudice e dei suoi tre figli, accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

14 aprile 1987: la prima sezione della Corte di Cassazione annulla sei mandati di cattura emessi dai giudici istruttori del tribunale di Reggio Calabria emessi nell' ambito di una vasta inchiesta sulla mafia reggina.

1 giugno 1987: la Cassazione, presieduta sempre dal solito, annulla e rinvia in Corte d'Appello Giuseppe Senapa e Francesco Marino, condannati a ventitré e ventiquattro anni per aver fatto sparire un ragazzo di sedici anni, Salvatore Fiorentino: nella sentenza di appello poche motivazioni.

24 settembre 1987: La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la sentenza della corte d' appello di Roma contro una quindicina di presunti mafiosi accusati di aver organizzato un traffico di sostanze stupefacenti tra l' Italia e gli Usa, chiamato "Pizza Connection".

16 dicembre 1987, processo sulla strage dell'Italicus. La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale annulla la sentenza della Corte d' assise d' appello di Bologna che sulla base di numerose dichiarazioni di pentiti neri aveva condannato all' ergastolo Mario Tuti e Luciano Franci.

5 febbraio 1988: la Cassazione di Carnevale annulla 45 condanne per associazione di stampo camorristico. Tra i graziati Antonio Bardellino, Francesco Bidognetti e Mario Iovine; la decisione d' appello non rispondeva ai requisiti di legge.

5 aprile 1988: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla le sentenze della corte d' assise di Salerno contro 12 presunti camorristi responsabili dell'attentato del 1982 contro il procuratore della Repubblica di Avellino, Antonio Gagliardi.

20 ottobre 1988: la corte di Cassazione annulla la sentenza contro la ' ndrangheta, tra cui tredici condanne all'ergastolo e in cui era imputato Giuseppe Piromalli: la mancata nomina sia da parte del presidente della Repubblica, sia da parte del presidente della Corte d' Appello di Reggio Calabria, dei due giudici togati che affiancarono nel dibattimento il presidente della corte d'Appello.

20 ottobre 1988: la prima sezione della cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla il mandato di cattura contro Vincenzo Santapaola, 32 anni, nipote del boss catanese latitante Nitto Santapaola.

1 marzo 1989: la Cassazione annulla i due ergastoli inflitti all' ideologo di destra Paolo Signorelli, per l' omicidio del giudice Mario Amato, e quello per l' uccisione del giudice Vittorio Occorsio.

26 settembre 1989: La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la sentenza della Corte d' assise d'appello di Catania contro i boss di Francofonte: otto condanne annullate per difetto di motivazione nella sentenza.

20 novembre 1989: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla il mandato di cattura contro Caterina Calia, presunta terrorista delle Brigate rosse.

28 novembre 1989: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla 41 condanne per oltre cinque secoli di carcere contro gli esponenti della malavita organizzata di Roma.

10 dicembre 1990: la prima sezione della corte di Cassazione presieduta dal giudice Corrado Carnevale annulla la sentenza di condanna contro Stefano Delle Chiaie per la ricostituzione del gruppo di estrema destra Avanguardia nazionale.

Marzo 1991: la prima sezione penale della corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all' accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss soprannominato Sandokan.

29 ottobre 1991: la Cassazione annulla la custodia cautelare ordinata dalla corte d' assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.

17 febbraio 1992: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino.

27 febbraio 1992: la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullato la sentenza con cui la Corte d' assise d' appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso.

19 marzo 1992: la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria.

24 giugno 1992: maxiprocesso-ter. La Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l' assoluzione per Michele Greco. Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, dovranno essere riprocessati.

1 settembre 1992: la Cassazione annulla l' ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d'appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono. Quando Falcone lo interrogò, Bono aveva un solo avvocato anzichè i due richiesti, causa una mancata notifica. Stop.

Cinqucento sentenze annullate sono tante, troppe. Queste bastano a raccontare, a dipingere l'individuo Carnevale.

Domani parleremo dei lodi, delle leggi ad personam e delle indagini che inchiodarono Carnevale.

Oggi parlano le sue decisioni, le sue sentenze.

lunedì 16 novembre 2009

TRAVAGLIO E GUZZANTI DICONO BASTA ALLA CENSURA

Con questo breve video il duo Travaglio/Guzzanti vi spiegano quanto è libera l'informazione in Italia

http://www.youtube.com/watch?v=wW9lgn4ZP5k






TRAVAGLIO RISPONDE A BERLUSCONI

ECCO UN ALTRO PICCOLO VIDEO PER FARVI VEDERE CHI SONO I MIGLIORI AMICI DI BERLUSCONI

http://www.youtube.com/watch?v=gLjOt_g7RZs&NR=1&feature=fvwp

TRAVAGLIO PARLA DI DELL'UTRI

ADESSO NON DITEMI CHE NON AVETE DIECI MINUTI DA SPENDERE PER APRIRE GLI OCCHI.

ECCO IL VIDEO DELL'INTERVISTA A TRAVAGLIO:

http://www.youtube.com/watch?v=ZwThGe1eoDQ

CARNEVALE L'AMMAZZA SENTENZE

Marco Travaglio vi spiegherà chi è Carnevale e perchè dobbiamo assolutamente fare qualcosa in neanche trenta minuti.
Vi invito a visionare tutto il video, in fondo ci perdete mezz'ora, e che ci crediate o no avrete fatto la vostra parte.
Buona visione
http://www.youtube.com/watch?v=Vx4_OjyPqag&feature=related

io non lo ringrazierò mai abbastanza

domenica 15 novembre 2009

La disinformata nazione di Berlusconi

La disinformata nazione di Berlusconi

Come dimostra lo scarso spazio dedicato alle conversazioni intime registrate tra le lenzuola di casa, il Presidente del Consiglio italiano ha instaurato una cultura dell’informazione tipica dei regimi autoritari.




Riguardo alle registrazioni di Berlusconi, probabilmente la cosa che colpisce maggiormente è che la maggior parte degli italiani sappia solo vagamente della loro esistenza, quando non la ignorano del tutto.



Il fatto che il periodico d’informazione L’Espresso abbia pubblicato sul proprio sito le registrazioni realizzate da una donna che dice di essere andata a letto con lui lo scorso novembre, nella speranza di assicurarsi denaro o influenze, non è stato riportato dalla maggior parte dei telegiornali di ieri sera. Per quanto io sappia, la storia è stata ignorata non solo dai canali Mediaset di Silvio Berlusconi, ma anche dal primo e secondo canale pubblico, la RAI, e da La7, di proprietà Telecom Italia. Insieme, totalizzano i due terzi del pubblico nella fascia d’ascolto serale.



Si potrebbe obiettare che, poiché le registrazioni e le trascrizioni sono state rese disponibili su internet e poiché sono state riportate dalla stampa, non importa che la TV non se ne sia interessata. Ma ciò trascura due punti cruciali.



Il primo è che l’Italia è tra le nazioni più indifferenti a internet. Secondo un’inchiesta del Guardian lo scorso anno meno di un terzo della popolazione aveva accesso al web e quegli italiani che erano collegati usavano internet relativamente poco. La media sull’intera popolazione era di solo due ore a settimana. Questo potrebbe spiegare perché persino Mediaset fosse oggi felice di pubblicare una storia riguardante le registrazioni sul suo sito (con la naturale conclusione della tesi dell’avvocato di Berlusconi per cui sono false).



Il secondo punto importante è che, anche prima dell’arrivo dell’informazione libera su internet, solo un italiano su dieci comprava i quotidiani.



Il passaparola diffonderà senza dubbio la conoscenza dei nastri, nello stesso modo in cui ha diffuso una consapevolezza generalizzata che c’è uno scandalo che coinvolge il Presidente del Consiglio ed alcune donne. Ma è improbabile che voci e pettegolezzi cambino il fatto che i dettagli dell’intera faccenda, insieme alle sue ramificazioni di interesse pubblico, rimangono ampiamente sconosciuti alla maggior parte delle persone in Italia. Questa è un’importante ragione per cui a Berlusconi è stato possibile ignorare le richieste di sue dimissioni.



La controversia originale riguardava la chiara accusa della moglie di Silvio Berlusconi per il suo “frequentare minorenni”, come è emerso per la sua partecipazione alla festa per il diciottesimo compleanno dell’aspirante attrice e modella Noemi Letizia.



L’altro giorno mi sono trovato (non esattamente per la prima volta) ad avere una discussione con un tassista romano. È emerso gradualmente che partivamo da due punti di vista diametralmente opposti. Lui aveva sentito la spiegazione di Berlusconi (che la ragazza era la figlia di un vecchio amico) che era sostenuta dai notiziari televisivi, e dava al Presidente del Consiglio il beneficio del dubbio. Ma era all’oscuro del fatto che la spiegazione di Berlusconi non aveva retto ad un successivo esame minuzioso, perché questo piccolo dettaglio appariva solo in qualche quotidiano.



Ciò che osserviamo in Italia è l’emergere di una cultura dell’informazione tipica dei regimi autoritari. Ci sono gli informati: essi includono quelli che leggono giornali come La Repubblica, Il Corriere delle Sera e La Stampa, coloro che abitualmente navigano in rete (soprattutto giovani), e quelli che ascoltano le poche stazioni radio indipendenti come Radio 24 Ore.



Quindi ci sono i molto più numerosi disinformati che ancora apprendono le notizie dai telegiornali controllati direttamente o indirettamente da Berlusconi. Questa è una situazione anomala e allarmante in una democrazia occidentale europea, ed ancora di più perché i disinformati sono convinti di essere bene informati come gli altri. Si indignano, si arrabbiano persino, se gli si suggerisce il contrario.



Prima della caduta del muro di Berlino, c’era una zona della Germania Est comunista vicino a Dresda nota scherzosamente come Tal der Ahnungslosen (la Valle della Disinformazione). A causa di strambe condizioni topografiche o atmosferiche, i suoi abitanti non potevano ricevere i segnali TV dall’occidente e quindi dovevano arrangiarsi con le notizie date loro dal regime.



Senza dubbio non erano interamente disinformati. Senza dubbio i turisti in zona dicevano loro ciò che sapevano. Senza dubbio, qualcuno fra i giovani che andavano a Berlino per studiare tornava bisbigliando racconti di una realtà diversa e proibita. Ma essenzialmente la visione del mondo che questi sfortunati avevano era comunque formata dai loro leader.



Siamo abituati a pensare all’Italia come ad una nazione stretta e lunga con una spina dorsale montagnosa. Ma fino a quando Silvio Berlusconi rimarrà in carica faremmo meglio ad immaginarla attraversata da un vasto e profondo crepaccio – una nuova Valle della Disinformazione.

fonte: the guardian (giornale inglese)

Silvio è ora che te ne vada

L’Italia non può più permettersi le buffonate del suo playboy numero uno.




Le intimidazioni ed i raggiri nei confronti dei propri nemici, la modifica delle leggi per adattarle alle proprie esigenze e, in generale, il condurre sia la vita pubblica sia quella privata in flagrante, tutto ciò colloca Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio italiano, in un pantheon tipicamente italiano.



Pensiamo a Nerone o ai Borgia, al panem et circenses, alla dissolutezza e alla corruzione. Non importa se siamo nel 2009: basta considerare solo alcuni degli scandali che hanno fatto tremare il trono di Berlusconi negli ultimi mesi. L’ex moglie lo ha accusato di frequentare ragazze minorenni. Squallide registrazioni a sfondo sessuale di una accompagnatrice a pagamento che afferma di intrattenuto il Cavaliere, ricevendo, in cambio, una candidatura al Parlamento europeo. E uno spacciatore di cocaina ha rivelato di aver fornito prostitute ai festini romani del Premier. Tutto questo si somma alle foto scattate nella villa sarda del Presidente del Consiglio, che mostrano un illustre ospite che si diverte come un virile satiro.



Inoltre, la settimana scorsa, il magnate dei media ora politico è stato colpito da due sentenze devastanti. La prima lo ha dichiarato in parte responsabile di aver corrotto un giudice in una guerra tra imprese nei primi anni ‘90, e lo condanna a pagare un risarcimento di 750 milioni di €. La seconda sentenza, pronunciata dalla Corte Costituzionale, ha stralciato una legge che concedeva al Presidente del Consiglio l’immunità giudiziaria, esponendolo, quindi, a nuovi processi per tangenti e a inchieste per presunti legami con la criminalità organizzata.



Il Presidente del Consiglio sostiene miseramente la propria innocenza relativamente alle accuse. Ricorrerà in appello per la sentenza di danno patrimoniale e ha criticato la Corte costituzionale. Sostiene di essere vittima di una caccia alle streghe orchestrata dalla sinistra, dai comunisti e dagli interessi di aziende straniere. Si potrebbe pensare che tutti questi problemi sarebbero sufficienti per convincere ad abbandonare la politica questo 73enne miliardario self-made man ed ex-cantante sulle navi da crociera. Ma non è così. Berlusconi pensa di andare avanti – e potrebbe anche farcela. Recenti sondaggi stimano i consensi al 63%, i suoi avversari politici del centro-sinistra sono allo sbando e gli aspiranti successori di destra stanno ancora manovrando per il posto. Se Berlusconi sfrutta la nuova sentenza del tribunale per forzare le elezioni, potrebbe persino riuscire a rafforzare la sua maggioranza parlamentare.



Ma il fatto che possa rimanere al potere non significa che dovrebbe farlo. È arrivato il momento per l’Italia di guardare avanti. Dire: “Silvio, è ora che te ne vada” non significa essere complottisti o accondiscendenti. E’ solo una questione di buon senso.



Negli Stati Uniti c’è un detto: “Gli amici non consentono agli amici di guidare ubriachi.” Berlusconi non è mai stato un bevitore, ma è evidente che più passa il tempo, più si ubriaca di potere e di se stesso – e se dovesse rimanere al timone dell’Italia, potrebbe distruggere il Paese, arrecando danni anche all’Europa e forse anche alla NATO. Sono tempi difficili per Roma, che deve percorrere strade pericolose, da Wall Street all’ Afghanistan. L’Italia affronta problemi urgenti. Eppure, invece di concentrarsi su ciò che ha davanti, Berlusconi travolto dagli scandali fissa lo specchietto retrovisore, dando la caccia a magistrati, giornalisti, cospiratori comunisti, aspiranti successori – per non parlare delle donne adirate – che lo perseguitano.



C’è stato un momento in cui Berlusconi si considerava il salvatore dell’Italia, e in un certo senso potrebbbe essere stato così. Nei primi anni ‘90, la sua scelta di entrare in politica potrebbe essere stata egoistica soltanto in parte. Spesso si è sostenuto che Berlusconi temeva che il suo vasto impero mediatico potesse finire preda di indagini per corruzione se non avesse messo al potere sé stesso o qualcuno molto vicino a lui. Molte delle sue scelte aziendali sono state agevolate da politici indagati. Ma Berlusconi ha anche avuto un ruolo importante nella politica italiana.



La classe politica italiana era stata decimata dall’inchiesta “Mani pulite”, lasciando un vuoto nel centro-destra, che Berlusconi ha saputo perfettamente colmare. “Gli elettori moderati non avevano più referenti politici” aveva dichiarato a Newsweek nel 2006. “So che i cimiteri sono colmi di persone ‘indispensabili’. Ma in quel momento penso che non vi fosse altra possibilità per il mio Paese” per uscire dalla crisi politica. Voleva dare agli elettori di centro “la dignità del passato e la speranza per il futuro”.



L’imprenditore Berlusconi è diventato l’antipolitico per eccellenza. La sua diffidenza nei confronti del governo e l’avversione per le tasse hanno saputo far breccia nei piccoli imprenditori, la forza trainante dell’economia italiana. Ha anche saputo dar voce alla quella grossa parte della classe operaia che si sentiva minacciata dagli immigrati che si spostavano nei loro quartieri, entrando in competizione per i posti di lavoro. La sinistra italiana, nel frattempo, si era fossilizzata, diffamando le autorità e aggrappandosi agli ideali della giustizia sociale che la società italiana aveva abbandonato. Se c’era qualcuno in grado di traghettare il paese nel XXI secolo, costui sembrava essere Il Cavaliere.



In questo senso, il più grande crimine di Berlusconi non è perseguibile legalmente. È piuttosto il fatto di non aver mai mantenuto le sue promesse. Come un imperatore romano decadente, invece, ha assecondato le debolezze della società, ha tollerato gli eccessi e ha incoraggiato l’irresponsabilità su quasi tutti i livelli. Se fosse stato il padre del suo Paese, avrebbe dato da mangiare ai propri figli soltanto zucchero puro.



A nessuno piace pagare le tasse. Ma è raro sentir dire a un politico: “Dobbiamo lottare contro l’evasione fiscale, ma anche difendere i diritti degli evasori fiscali o le società che commettono errori”, come fece nel 2006. Malgrado Berlusconi sostenga che la sua popolarità deriva dal modo in cui riflette ciò che gli italiani vogliono, ha fatto di tutto per trasformare gli italiani nel riflesso di sé stesso.



L’atteggiamento umiliante del Presidente del Consiglio nei confronti delle donne, per esempio, è un dispositivo politico e un vizio personale. “Penso che gli italiani si riconoscano in me”, ha sentenziato di recente a un raduno giovanile. “Sono uno di loro. Ero povero. Sono interessato alle stesse cose. Amo il calcio. Sorrido. Amo gli altri e, soprattutto, le belle donne”. Videocracy, un documentario presentato al Festival di Venezia il mese scorso, tratteggia in modo doloroso e spietato come Berlusconi abbia puntato sulla curiosità morbosa della gente per costruire il suo impero mediatico privato negli anni ‘80. Un simbolo di quegli anni è stato un gioco in cui casalinghe sexy si toglievano un indumento ogni volta che un concorrente rispondeva correttamente a una domanda. Con grembiuli, guanti di gomma o foulard per capelli, che cadevano a terra, Berlusconi ha rafforzato l’immagine che avrebbe contribuito ad emarginare le donne italiane nei decenni a venire. Oggi nelle sue reti, e, in certa misura, anche nei canali pubblici che controlla, le casalinghe sono state sostituite da donne sempre più giovani che indossano lustrini, giarrettiere e tanga, che si agitano attorno a uomini più anziani che ricordano i dipinti del re Nettuno circondato da sirene o, piuttosto, il Presidente del Consiglio Berlusconi in uno dei suoi festini.



I fedeli sostenitori del Cavaliere sono stati così conquistati dalla sua immagine che in un recente congresso a Milano del suo partito, il “Popolo della Libertà”, anche le delegate si sono affrettate a difenderlo, liquidando le storie piccanti raccontate sul suo conto come inutile gossip, orchestrazioni dei nemici o conferme della sua mascolinità. “Se ha tante donne” ha detto la casalinga Carmela Mamone “significa che è un vero uomo”.



Quello che manca, in questo scenario, è la volontà politica di fare qualcosa che non sia la semplice sopravvivenza. E l’Italia non può permettersi un egocentrismo così cieco. È il paese con la popolazione più anziana in Europa e la seconda più anziana al mondo, dopo il Giappone. Gli immigrati che alimentano la forza lavoro sono sfruttati e discriminati. Il costo delle pensioni sta erodendo il bilancio nazionale. L’infrastruttura commerciale del paese è barcollante e paralizza la possibilità di rafforzare la crescita economica.



Fino all’inizio degli anni ‘90, l’Italia era uno dei paesi più virtuosi dell’Europa. Adesso è uno dei peggiori e il FMI si attende un calo del PIL del 5,1% quest’anno, molto superiore a quello della zona euro. La situazione dell’istruzione è imbarazzante (un recente rapporto l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha sottolineato che gli unici paesi OCSE in cui i bambini hanno una situazione scolastica peggiore di quella italiana sono il Messico e la Turchia). Lo sviluppo dipende dallo stato di diritto, ma le mafie in Italia ancora si collocano tra le attività di maggior successo, con un fatturato di 130 miliardi di € all’anno.



I fallimenti della politica di Berlusconi sono tangibili ovunque. I tentativi di migliorare l’istruzione si sono limitati a poco più di un mero taglio ai costi. Niente è stato fatto per affrontare la riforma del welfare. E nonostante la promessa retorica di diminuire le tasse durante la campagna elettorale, il governo probabilmente le aumenterà quest’anno. Nell’iniziale iperattività da Presidente del Consiglio, la polizia di Berlusconi ha fatto cadere uno degli ultimi potenti padrini siciliani, Bernardo Provenzano. Ma i magistrati in Sicilia hanno tentato così spesso di collegare Berlusconi alla mafia, benché le accuse non siano mai state provate, da compromette quanto ha fatto.



A livello internazionale, il comportamento di Berlusconi e la reputazione travolta dallo scandalo non fanno semplicemente storcere il naso: ledono direttamente gli interessi dell’Italia. Nonostante il putiferio scatenato subito dopo l’elezione del Presidente Barack Obama con la battuta sull’“abbronzatura” del primo presidente afro-americano, Berlusconi ha pensato di provarci nuovamente al rientro dal vertice dei G20 a Pittsburgh, il mese scorso. Ha portato i saluti dagli Stati Uniti, come ha dichiarato ai suoi sostenitori conservatori. “Vi devo portare tanti saluti da un signore che è abbronzato e si chiama, si chiama… Barack Obama”, ha ironizzato il Presidente del Consiglio aggiungendo: “In spiaggia vanno in due perché è abbronzata anche la moglie Michelle”.



Franco Frattini, Ministro degli esteri e alleato di Berlusconi da molto tempo, è pronto a difendere subito il suo capo. “L’Italia dovrebbe essere giudicata per i propri meriti e successi, non per gli scandali”, dichiara. Ma di certo gli scandali non gli facilitano il lavoro. “Devo perdere tempo a spiegare la verità”, afferma. “Se leggete i giornali, lo scandalo è in prima pagina, ma se si guarda a pagina quattro o cinque, si vede come il mondo chieda all’Italia di aiutare il Libano, come l’America apprezzi il lavoro svolto dal nostro paese in Afghanistan (…). Ma sappiamo tutti che una buona notizia non fa notizia”.



Se solo fosse così semplice. L’Italia è ancora la settima economia più importante al mondo ed è un membro della NATO, del G20, della zona euro e di quasi tutti gli altri club delle nazioni potenti. Ma ha un’importanza minore di quanto vuole far credere. Le volgari battute di Berlusconi e la sua reputazione mettono a disagio gli altri capi. Non sorprende, quindi, che l’Italia sia spesso lasciata in disparte. Per citare un importante esempio recente, Roma è stata esclusa dal gruppo di contatto per trattare con l’Iran sull’arsenale nucleare. Berlusconi non facilita le cose affermando di aver avuto un ruolo determinante in iniziative in cui, in realtà, il suo ruolo è stato marginale: per esempio, durante l’estate del 2008 quando affermava di essere stato lui ad inviare il presidente francese Nicolas Sarkozy in Georgia per contrastare l’invasione russa. I militari italiani sono andati in Iraq e in Afghanistan e hanno subito perdite drammatiche. Ma ha lasciato l’Iraq tanto tempo fa e vuole uscire dall’Afghanistan il prima possibile.



Sempre incline a dare maggiore risalto all’apparenza che alla sostanza, Berlusconi lavora duramente per assicurarsi che, attraverso azioni legali, indagini e pressione politica, gli italiani ricevano solo le buone notizie. Quando circa 100 000 manifestanti si sono riversati nelle strade di Roma per sostenere la libertà di stampa, l’evento ha avuto poca o nessuna copertura nei principali TG nazionali. E non c’è da meravigliarsi: Berlusconi controlla tutte e tre le reti televisive di Stato, le tre maggiori emittenti private, la casa editrice più grande del paese, un settimanale e un quotidiano di proprietà del fratello. Ogni volta che una rete statale ventila un giudizio critico, il Premier dichiara che i mezzi di comunicazione statali dovrebbero sostenere il governo e ha licenziato i giornalisti che lo hanno criticato. I segmenti che non controlla sono spesso bersaglio di azioni legali.



La tragedia è che l’Italia, una nazione di brillanti intellettuali e artisti, funzionari pubblici di talento e dirigenti creativi, potrebbe fare molto meglio. Si fanno nomi di possibili successori di Berlusconi: il presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, Gianfranco Fini, l’erede progressista dell’ex ala fascista, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il Ministro degli esteri Frattini e Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Ma dopo anni di rinvii a giudizio, inchieste, lotte di sinistra e di destra e l’abitudine di Berlusconi di prosciugare tutta l’aria di centro, sono pochi coloro che potrebbero salvare l’Italia.



La colpa finale potrebbe ricadere sugli italiani. Lo scrittore Umberto Eco ha scritto il mese scorso che gli italiani hanno accettato Berlusconi ed accetteranno il bavaglio della stampa. “E allora perché scrivere su quest’aspetto, quando la maggioranza degli italiani sanno ben poco, perché i mezzi di comunicazione, strettamente controllati da Berlusconi, raccontano poco o niente ai cittadini?” si chiede Eco. “La risposta è semplice. Nel 1931, il regime fascista di Mussolini fece giurare fedeltà a 1 200 professori universitari. Solo 12 si rifiutarono, perdendo il posto (…). Quei 12 salvarono l’onore della nostra università e del nostro Paese. Ecco perché si deve dire no, anche quando non si può fare nient’altro”.



Ed è per questo che l’Italia deve dire di no ancora una volta. E dire a Silvio “è ora di andartene”.

Il processo di Berlusconi nella vicenda Fininvest riprenderà il 27 novembre

Il capo del governo italiano è accusato di aver corrotto il suo ex-avvocato in cambio di false testimonianze. Ha già da ora fatto sapere che non si dimetterà, neanche in caso di condanna…in nome dello “stato di diritto”.




Dopo il rigetto tre settimane fa della legge sull’immunità che lo proteggeva, Silvio Berlusconi dovrà prepararsi alla ripresa del processo della vicenda Fininvest, il 27 novembre prossimo. Il presidente del Consiglio italiano è accusato di aver corrotto il suo ex-avvocato britannico in cambio di testimonianze in suo favore.

Il Cavalerie ha già da ora avvertito che anche in caso di condanna, non si dimetterà dal suo incarico. Berlusconi era il co-imputato del suo ex-avvocato David Mills. È accusato di avergli versato 600,000 dollari in cambio di false testimonianze a proposito di compravendite a società offshore del suo impero finanziario Fininvest, alla fine degli anni ‘90.

David Mills è stato condannato nel 2008 a quattro anni e mezzo di carcere per questa vicenda, pena confermata questa settimana dalla Corte d’Appello di Milano. Il caso di Silvio Berlusconi era stato stralciato ed il suo processo sospeso un anno fa, dopo l’adozione di una legge che gli concedeva l’immunità penale durante il suo mandato.



“Dovere di resistere”



Ma questa legge d’immunità denominata Alfano, dal nome del ministro della Giustizia che l’aveva scritta, è stata respinta il 7 ottobre dalla Corte Costituzionale, cosa che ha permesso la ripresa del processo. In alcune interviste con il giornalista Bruno Vespa, in pubblicazione prossimamente e di cui alcuni estratti sono stati resi pubblici sabato, il capo del governo avverte già che, anche in caso di condanna, “non si dimetterà”.

“Ho ancora fiducia nell’esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto”, dichiara Berlusconi nella pubblicazione

fonte: Libération (giornale francese)

LA MAGISTRATURA E LA MAFIA

Le luci, le ombre e la coerenza con i gruppi di potere


La storia recente della mafia nel primo cinquantennio dello stato repubblicano, sullo specifico fronte del contrasto istituzionale ha registrato molte fasi di resa, alcune contrassegnate da colposa indifferenza verso un visibile espandersi del fenomeno, altre da vera e propria funzionalità ai gruppi protagonisti di tale espansione. Su questo stesso fronte, però, si sono avuti grandi atti resistenza, anche eroici, che hanno visto come protagonisti, indifferentemente, persone semplici e persone note per la loro posizione istituzionale, tutte accomunate dalla profonda convinzione di essere impegnate in una lotta di liberazione civile.

In questo contesto storico, anche l'azione dei magistrati si è sviluppata tra luci ed ombre, indifferenza ed organicità, impegno ed eroismo, senza nessuna sostanziale differenziazione regionalistica, né sfasatura con il tipo, il tempo e l'occasione di intervento degli altri poteri forti dello Stato, primo tra tutti quello politico.



La storia delle grandi stagioni giudiziarie che in questo campo hanno visto il protagonismo della magistratura, sono segnate sempre da grandi tragedie collettive di fronte alle quali essa si è posta in modo del tutto coerente con le scelte che in campo nazionale stavano operando i gruppi politici ed economici dominanti.



I turbolenti anni del dopoguerra e la protezione del sistema politico centrista

Una prima fondamentale verifica di questo modello comportamentale la si ha alla fine della caotica fase postbellica siciliana. Sembra giunto il momento di sanzionare, secondo legge e giustizia, tutti i crimini compiuti dall'esercito separatista e dalle bande in esso cooptate dagli agrari e dalla mafia per contrastare, con il pretesto dell'indipendentismo, un grande movimento di lotta di braccianti e contadini. La magistratura, contro la legge e la giustizia, scarica invece i suoi strali proprio contro questi ultimi che, sotto la guida del sindacato e dei partiti di sinistra, occupavano i feudi e si battevano per l'applicazione della riforma agraria, per più equi patti agrari, per il lavoro e la democrazia.

Il culmine dell'offensiva reazionaria era stato raggiunto il primo maggio del 1947, pochi giorni dopo la vittoria del “Blocco del Popolo” nelle prime elezioni regionali, quando la banda di Salvatore Giuliano aveva sparato sulla folla convenuta a Portella della Ginestra per festeggiare la festa del lavoro, uccidendo undici tra donne, uomini e bambini. Una strage non isolata, che precede e segue un numero impressionante di omicidi di sindacalisti, capilega, militanti della sinistra, di assalti armati e devastazioni di camere del lavoro e sezioni del PCI, al fine di decapitare quel movimento che rischiava di sovvertire gli equilibri all'interno della società e sconfiggere il blocco di potere dominante e i partiti politici di riferimento.

Per l'evidente unicità del disegno criminoso che legava gli eccidi delle bande dell'EVIS (esercito volontario per l'indipendenza siciliana), del GRIS (gioventù rivoluzionaria per l'indipendenza della Sicilia) e di Salvatore Giuliano, compresa la strage di Portella, i relativi processi erano stati unificati e inviati al tribunale di Palermo. Qui, però, vengono nuovamente separati e inviati ognuno al tribunale competente a seconda del territorio nel quale si era verificato l'episodio criminoso. Si perde, così, la visione d'insieme di quella tragica fase criminale e delle relative responsabilità di chi l'aveva voluta, diretta e finanziata: si fanno volare solo gli stracci, mentre i capi - anche quelli che avevano partecipato direttamente agli eccidi - non vengono minimamente disturbati.

Nel processo per la strage di Portella, celebrato a Viterbo per legittima suspicione, i giudici, non certo siciliani, ignorano ogni indagine tendente alla individuazione dei mandanti e, anzi, si sforzano di dimostrare che l'eccidio non aveva nessuna matrice politica, ma era riconducibile alla sola decisione criminale di Giuliano che aveva voluto vendicarsi dei contadini ostili alla sua banda.

Contestualmente, le occupazioni simboliche dei feudi per la riforma agraria e la legittima pretesa di ripartire i prodotti della terra tra i proprietari dei fondi e i contadini che vi lavoravano, secondo i decreti emanati dal governo, vengono perseguiti come “invasione di fondi” e “appropriazione indebita”. Ai contadini, colpevoli di lottare per i propri diritti, vengono comminate centinaia di anni di carcere, mentre ai mandanti delle stragi, a Viterbo come a Palermo, viene concessa l'immunità, il tutto all'interno della strategia di protezione del sistema di potere centrista e “moderato” che si andava imponendo nel Paese.



Il processo dei 114

La magistratura, salvo rare eccezioni, non si occuperà seriamente di mafia sino al 30 giugno del 1963 quando una impressionante serie di omicidi, commessi per l'acquisizione di posizioni di potere all'interno di una organizzazione arricchitasi a dismisura con il contrabbando di tabacchi, la speculazione edilizia e il sempre più promettente traffico di stupefacenti, culmina con la tremenda strage di Ciaculli: nel corso dell'ispezione ad una “Giulietta”, una trappola imbottita di tritolo, muoiono dilaniati dallo scoppio sette tra carabinieri, poliziotti e artificieri. Lo Stato, e la sua magistratura, non possono far finta di niente e, così, viene istruito il processo detto dei “114”, dal numero dei rinviati a giudizio, poi celebrato a Catanzaro per legittima suspicione. Gli imputati, del calibro di Tommaso Buscetta, Angelo La Barbera, Pietro Torretta e altri vengono condannati a pesanti pene detentive, mentre la maggior parte di essi, come Pippo Calò o dei fratelli Rimi, vengono condannati a pene miti perché responsabili solo di associazione a delinquere (il massimo della pena per tale reato è di cinque anni di reclusione, mentre il più grave reato di associazione mafiosa verrà introdotto solo nel 1982): dopo poco tempo, espiata la pena, torneranno liberi a Palermo per continuare nei loro traffici illeciti e rinsaldare i legami con spezzoni del potere politico ed economico.



Gli anni dell' “indifferenza” e l'omicidio Scaglione

Segue - secondo uno sperimentato copione - un ulteriore, lungo periodo di “tregua” tra un apparato repressivo “indifferente” e una mafia che favorisce tale indifferenza mediante una drastica riduzione degli omicidi e un basso tasso di allarme sociale: a Palermo dal giugno 1963 al dicembre 1968 ci saranno “solo” due omicidi di sicura matrice mafiosa. Questo periodo di pax mafiosa si protrae per molti anni e consente all'organizzazione criminale - chiamata dagli accoliti “Cosa nostra” per rimarcarne la coesione interna - una accumulazione di proporzioni sbalorditive con le attività illecite “tradizionali” che, però, ora crescono in modo esponenziale per l'espandersi del consumo, nazionale e internazionale, degli stupefacenti. Proprio a causa di questa grande ricchezza, si scatena la guerra interna per il controllo dell'organizzazione e, nel contempo, aumentano i delitti “visibili” quali le stragi (la più nota è quella di viale Lazio del 10 dicembre 1969) gli attentati dinamitardi, le estorsioni, i sequestri di persona e gli omicidi. Al culmine di questa fase ad alta densità criminosa si ripropone di nuovo la necessità di un intervento repressivo quando la mattina del 5 maggio 1971 a Palermo vengono uccisi il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione e il suo autista: come risposta immediata a questo crimine, che richiama sul fenomeno mafioso l'attenzione nazionale, nel giro di pochi giorni gli inquirenti denunciano e arrestano 114 (numero quasi standard) mafiosi, arcinoti a tutti per il loro inserimento nell'organizzazione criminale.



L'inutile fatica di Aldo Rizzo e i “tranquilli” anni Settanta

Il Pm Aldo Rizzo e il giudice istruttore Filippo Neri svolgono una delle più complete e coscienziose indagini mai avutesi sulla mafia, ma sarà fatica sprecata perché, in dibattimento, i 75 imputati del reato di associazione a delinquere, saranno condannati a pene irrisorie: il tribunale, infatti, eliminerà con speciose motivazioni la pesante aggravante della “scorreria in armi”, restituendo i mafiosi alla libertà e ai loro traffici illeciti.

Cosa nostra si rende conto di aver corso un grave pericolo: per il resto degli anni '70, ripiegherà in una più saggia clandestinità, privilegiando gli affari e, in modo particolare, quelli che le si offrono nel campo della pubblica amministrazione con la intercettazione di un enorme flusso di denaro pubblico. Il legame della mafia con il mondo politico, infatti, è diventato sempre più organico e ciò le permetterà un ulteriore incremento del protagonismo politico, favorita anche dalla tragica stagione del terrorismo, di destra e di sinistra, che sposta l'attenzione pubblica molto lontano dalla Sicilia.

Nel corso degli anni '70 la magistratura sembra non avvertire la presenza della mafia che si rifà viva solo nel 1977 con l'omicidio del capitano dei carabinieri Giuseppe Russo cui non segue nessuna apprezzabile reazione istituzionale: in questo periodo, infatti, non ci sarà nessun processo significativo contro i gruppi criminali che badano solo ad accumulare, indisturbati, ingenti ricchezze.



Il terrorismo mafioso e il “patto scellerato”

Si avverte, però, che qualcosa sul fronte della magistratura comincia a cambiare quando nel febbraio del 1978 il Consiglio Superiore della Magistratura nomina procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, un uomo di sicura fede democratica e di grande determinazione antimafia. Nel giugno del 1979 Cesare Terranova, conclusa l'esperienza parlamentare come indipendente nelle liste del PCI, sta per rientrare a Palermo dove l'aspetta la poltrona di consigliere istruttore. La mafia percepisce immediatamente la pericolosità del duo Costa - Terranova per i propri affari: la tregua è finita sul fronte della magistratura. Il “problema” va risolto prontamente e il primo a cadere sotto il piombo mafioso è Terranova, trucidato il 25 settembre insieme al maresciallo Lenin Mancuso.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, allora, nomina consigliere istruttore Rocco Chinnici e dà un segno preciso della volontà di non lasciarsi intimidire dalla violenza, mentre la mafia cerca di portare a compimento, a tutto campo, la sua opera di “normalizzazione”. Cadono a frotte i servitori dello Stato, da Mattarella, a Pio La Torre, a Dalla Chiesa, a Costa, a Chinnici e tanti altri ancora, giudici, poliziotti e carabinieri, in una sequenza di sangue che sembra inarrestabile.

Questo terrorismo mafioso rivolto contro tanti rappresentanti delle istituzioni costituisce, inoltre, la prova irrefutabile di un collegamento funzionale tra la mafia e parti “eversive” delle istituzioni stesse, non potendosi spiegare un “interesse” così marcato della mafia per la magistratura, la politica e le pubbliche amministrazioni al di fuori di un patto scellerato di mutua assistenza stipulato con gli eversori di Stato.



Il sacrificio di Falcone e Borsellino e la nuova consapevolezza

L'esempio di Costa e Chinnici, però, viene raccolto da gran parte della magistratura che ha riacquistato in pieno il suo ruolo di garanzia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in particolare, sotto la guida di Nino Caponneto, dimostrano a tutti che la mafia non è né invisibile, né imbattibile: non vi sono più alibi per nessuno e finalmente il Palazzo di giustizia si scrolla di dosso l'indifferenza che l'ha accompagnato per troppi decenni.

La città è insanguinata da centinaia di morti - nel biennio '82 - '83 solo in provincia di Palermo saranno quasi cinquecento - con Cosa nostra che da un lato è dilaniata da uno scontro interno per il predominio dell'organizzazione e dall'altro, unitariamente, è attenta a che il quadro politico, economico e istituzionale, funzionale alla propria esistenza non muti: una linea di condotta che sarà alla base del suo operare concreto, da Terranova alle stragi successive di Capaci, via D'Amelio, Roma, Firenze, Milano.

Il sacrificio di Falcone e Borsellino, in particolare, sembra aver interrotto definitivamente la estenuante “periodicità” di una lotta alla mafia che si ripresentava di decennio in decennio e solo quando, come abbiamo visto, non era più possibile far finta di non vedere le decine di morti ammazzati lasciati per strada.

Oggi la consapevolezza che la mafia “esiste” anche quando non dà fastidio con episodi esteriori di criminalità, sembra acquisita definitivamente. Una consapevolezza alla quale la magistratura è giunta dopo aver pagato un prezzo altissimo di sacrifici e di vite umane, da quelle di magistrati “all'antica” come Terranova, Costa, Chinnici e Saetta, a quelle di giudici “maturi” come Falcone, Borsellino, Ciaccio Montalto, a quelle di “giudici ragazzini” come Livatino, tutti forti di esperienze conquistate condividendo un ideale di democrazia raggiungibile solo attraverso la liberazione dalla mafia e dal sistema di potere ad essa organico.

A determinare il loro sacrificio non è stata estranea la società civile, che li ha sorretti e che, a sua volta, ne è stata influenzata, in un circuito di reciprocità la cui tenuta è indispensabile se non si vuol tornare indietro.

La cittadella della giustizia è stata espugnata dagli onesti, speriamo per sempre.

I preoccupanti piani del premier per riformare la giustizia

Non ti arrabbiare, restituisci il favore. Dopo che la Corte Costituzionale ha vanificato i suoi piani di immunità penale, Silvio Berlusconi si è certamente arrabbiato. Ma gradualmente ha sbollito la rabbia, e ha concentrato la sua attenzione su come pareggiare la partita. Per citare le parole di Berlusconi, egli è la vittima di un complotto ordito da magistrati comunisti, soprattuto di Milano, dove è stato messo sotto processo molte volte (ma mai condannato in via definitiva).
La Corte Costituzionale, ha dichiarato il premier, ha “in effetti, detto ai giudici comunisti: ‘riaprite la caccia all’uomo’.” Con un gioco di metafore, ha anche dichiarato che era ora di “prendere il toro per le corna e modificare la Costituzione”. Ciò è possibile o attraverso una maggioranza dei 2/3 del Parlamento, o attraverso una riforma approvata a maggiornaza semplice e ratificata da un referendum. “Se riusciremo ad avere i numeri necessari in Parlamento, bene. In caso contrario, ricorreremo agli elettori nella maniera più democratica ed ordinata possibile,” ha dichiarato Berlusconi il 16 ottobre.
Esistono due ragioni per le quali Berlusconi vorrebbe modificare la carta su cui si fonda la Repubblica. Una è per restaurare la sua immunità, che i giudici hanno giudicato in contrasto con la Costituzione vigente; l’altra è per esercitare una maggiore influenza sulla magistratura. Una o l’altra (e le opzioni non si escludono a vicenda), rappresenterebbero comunque un attacco senza precedenti all’ordine costituito nell’Italia del dopoguerra.
Berlusconi tenta di dare al suo piano una parvenza di credibilità affermando che, dal momento che l’immunità parlamentare è stata abolita in Italia nel 1993 (Berlusconi l’aveva ripristinata per sé e per le 3 più alte cariche dello stato lo scorso anno), “sono stati i giudici e non il popolo che hanno deciso chi poteva o non poteva continuare a governare questo paese.” Questa affermazione non ha senso: Berlusconi è stato rieletto tre volte nel frattempo. La Giustizia in Italia necessita chiaramente di una riforma. I processi sono lenti ed impacciati. Questo è stato di tutto vantaggio per Berlusconi nel corso degli anni e nessuna delle sue riforme sull’ordinamento della giustizia ha, come obiettivo principale, una riduzione dei tempi dei processi (nonostante una misura atta a rimuovere il diritto dei pm ad appellarsi ad una sentenza possa aiutare in molti casi).
Il pericolo più infido è che l’agenda privata del premier stia distraendo il suo governo da altri problemi che necessitano risoluzioni – dall’economia al welfare e il mercato del lavoro – ma che non ricevono attenzione dai ministri o dal Parlamento. Prendete in considerazione il destino subito da una recente proposta del governatore di Bankitalia, l’autorevole Mario Draghi. In un discorso finalizzato a dare una strigliata al governo, ha auspicato l’innalzamento dell’età pensionabile. Berlusconi ha risposto che la questione sarebbe stata “presto sul tavolo del governo”. Ma qualche ora dopo aveva già cambiato strategia, dicendo che nel futuro prossimo avrebbe semplicemente “ponderato” l’idea.
La mancanza più lampante è la liberalizazione economica. Sotto l’influenza del ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, il governo si sta allontanando dalle idee del libero mercato. Il 19 ottobre ha lasciato sconcertati alcuni colleghi cantando le lodi del posto fisso e affermando che non gli sono mai piaciute flessibilità e mobilità. E ha subito ottenuto il supporto del premier. Ciò che è accaduto illumina un problema centrale: che il governo non ha una filosofia economica condivisa, così che la coordinazione tra i dipartimenti viene ostacolata e le politiche diventano inconsistenti. Il governo rischia di perdersi per strada. Senza una bussola, succede spesso.

fonte: the economist (gran bretagna)

per visualizzare altri articoli molto interessanti vai qui :http://italiadallestero.info/archives/category/gran_bretagna

Carnevale lo chiamava "quel cretino". E quel cretino diede la vita per la nostra libertà

"La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni"(Giovanni Falcone)






Con questo breve pensiero, il pensiero di un uomo che ha dato la vita per combattere la mafia, un uomo che il "giudice" Carnevale detto "ammazzasentenze" chiamava "quel cretino", desidero annunciare che oggi è nato il mio stupido e piccolo blog, ma pur sempre un blog che nel suo piccolo dirà sempre le cose come stanno, i fatti e non le opinioni. Per le opinioni aprirò una sezione apposita del blog.
L'ho creato con la voglia di pubblicare articoli, video, foto e molto altro per far capire a più persone possibili da chi siamo governati e perche l'Italia sta soffrendo ormai da anni al fine utopico di avere finalmente un governo libero, senza conflitti d'interesse o collusioni con le mafie, che siano 'ndrangheta, camorra o cosanostra.