Non ti arrabbiare, restituisci il favore. Dopo che la Corte Costituzionale ha vanificato i suoi piani di immunità penale, Silvio Berlusconi si è certamente arrabbiato. Ma gradualmente ha sbollito la rabbia, e ha concentrato la sua attenzione su come pareggiare la partita. Per citare le parole di Berlusconi, egli è la vittima di un complotto ordito da magistrati comunisti, soprattuto di Milano, dove è stato messo sotto processo molte volte (ma mai condannato in via definitiva).
La Corte Costituzionale, ha dichiarato il premier, ha “in effetti, detto ai giudici comunisti: ‘riaprite la caccia all’uomo’.” Con un gioco di metafore, ha anche dichiarato che era ora di “prendere il toro per le corna e modificare la Costituzione”. Ciò è possibile o attraverso una maggioranza dei 2/3 del Parlamento, o attraverso una riforma approvata a maggiornaza semplice e ratificata da un referendum. “Se riusciremo ad avere i numeri necessari in Parlamento, bene. In caso contrario, ricorreremo agli elettori nella maniera più democratica ed ordinata possibile,” ha dichiarato Berlusconi il 16 ottobre.
Esistono due ragioni per le quali Berlusconi vorrebbe modificare la carta su cui si fonda la Repubblica. Una è per restaurare la sua immunità, che i giudici hanno giudicato in contrasto con la Costituzione vigente; l’altra è per esercitare una maggiore influenza sulla magistratura. Una o l’altra (e le opzioni non si escludono a vicenda), rappresenterebbero comunque un attacco senza precedenti all’ordine costituito nell’Italia del dopoguerra.
Berlusconi tenta di dare al suo piano una parvenza di credibilità affermando che, dal momento che l’immunità parlamentare è stata abolita in Italia nel 1993 (Berlusconi l’aveva ripristinata per sé e per le 3 più alte cariche dello stato lo scorso anno), “sono stati i giudici e non il popolo che hanno deciso chi poteva o non poteva continuare a governare questo paese.” Questa affermazione non ha senso: Berlusconi è stato rieletto tre volte nel frattempo. La Giustizia in Italia necessita chiaramente di una riforma. I processi sono lenti ed impacciati. Questo è stato di tutto vantaggio per Berlusconi nel corso degli anni e nessuna delle sue riforme sull’ordinamento della giustizia ha, come obiettivo principale, una riduzione dei tempi dei processi (nonostante una misura atta a rimuovere il diritto dei pm ad appellarsi ad una sentenza possa aiutare in molti casi).
Il pericolo più infido è che l’agenda privata del premier stia distraendo il suo governo da altri problemi che necessitano risoluzioni – dall’economia al welfare e il mercato del lavoro – ma che non ricevono attenzione dai ministri o dal Parlamento. Prendete in considerazione il destino subito da una recente proposta del governatore di Bankitalia, l’autorevole Mario Draghi. In un discorso finalizzato a dare una strigliata al governo, ha auspicato l’innalzamento dell’età pensionabile. Berlusconi ha risposto che la questione sarebbe stata “presto sul tavolo del governo”. Ma qualche ora dopo aveva già cambiato strategia, dicendo che nel futuro prossimo avrebbe semplicemente “ponderato” l’idea.
La mancanza più lampante è la liberalizazione economica. Sotto l’influenza del ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, il governo si sta allontanando dalle idee del libero mercato. Il 19 ottobre ha lasciato sconcertati alcuni colleghi cantando le lodi del posto fisso e affermando che non gli sono mai piaciute flessibilità e mobilità. E ha subito ottenuto il supporto del premier. Ciò che è accaduto illumina un problema centrale: che il governo non ha una filosofia economica condivisa, così che la coordinazione tra i dipartimenti viene ostacolata e le politiche diventano inconsistenti. Il governo rischia di perdersi per strada. Senza una bussola, succede spesso.
fonte: the economist (gran bretagna)
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