domenica 15 novembre 2009

LA MAGISTRATURA E LA MAFIA

Le luci, le ombre e la coerenza con i gruppi di potere


La storia recente della mafia nel primo cinquantennio dello stato repubblicano, sullo specifico fronte del contrasto istituzionale ha registrato molte fasi di resa, alcune contrassegnate da colposa indifferenza verso un visibile espandersi del fenomeno, altre da vera e propria funzionalità ai gruppi protagonisti di tale espansione. Su questo stesso fronte, però, si sono avuti grandi atti resistenza, anche eroici, che hanno visto come protagonisti, indifferentemente, persone semplici e persone note per la loro posizione istituzionale, tutte accomunate dalla profonda convinzione di essere impegnate in una lotta di liberazione civile.

In questo contesto storico, anche l'azione dei magistrati si è sviluppata tra luci ed ombre, indifferenza ed organicità, impegno ed eroismo, senza nessuna sostanziale differenziazione regionalistica, né sfasatura con il tipo, il tempo e l'occasione di intervento degli altri poteri forti dello Stato, primo tra tutti quello politico.



La storia delle grandi stagioni giudiziarie che in questo campo hanno visto il protagonismo della magistratura, sono segnate sempre da grandi tragedie collettive di fronte alle quali essa si è posta in modo del tutto coerente con le scelte che in campo nazionale stavano operando i gruppi politici ed economici dominanti.



I turbolenti anni del dopoguerra e la protezione del sistema politico centrista

Una prima fondamentale verifica di questo modello comportamentale la si ha alla fine della caotica fase postbellica siciliana. Sembra giunto il momento di sanzionare, secondo legge e giustizia, tutti i crimini compiuti dall'esercito separatista e dalle bande in esso cooptate dagli agrari e dalla mafia per contrastare, con il pretesto dell'indipendentismo, un grande movimento di lotta di braccianti e contadini. La magistratura, contro la legge e la giustizia, scarica invece i suoi strali proprio contro questi ultimi che, sotto la guida del sindacato e dei partiti di sinistra, occupavano i feudi e si battevano per l'applicazione della riforma agraria, per più equi patti agrari, per il lavoro e la democrazia.

Il culmine dell'offensiva reazionaria era stato raggiunto il primo maggio del 1947, pochi giorni dopo la vittoria del “Blocco del Popolo” nelle prime elezioni regionali, quando la banda di Salvatore Giuliano aveva sparato sulla folla convenuta a Portella della Ginestra per festeggiare la festa del lavoro, uccidendo undici tra donne, uomini e bambini. Una strage non isolata, che precede e segue un numero impressionante di omicidi di sindacalisti, capilega, militanti della sinistra, di assalti armati e devastazioni di camere del lavoro e sezioni del PCI, al fine di decapitare quel movimento che rischiava di sovvertire gli equilibri all'interno della società e sconfiggere il blocco di potere dominante e i partiti politici di riferimento.

Per l'evidente unicità del disegno criminoso che legava gli eccidi delle bande dell'EVIS (esercito volontario per l'indipendenza siciliana), del GRIS (gioventù rivoluzionaria per l'indipendenza della Sicilia) e di Salvatore Giuliano, compresa la strage di Portella, i relativi processi erano stati unificati e inviati al tribunale di Palermo. Qui, però, vengono nuovamente separati e inviati ognuno al tribunale competente a seconda del territorio nel quale si era verificato l'episodio criminoso. Si perde, così, la visione d'insieme di quella tragica fase criminale e delle relative responsabilità di chi l'aveva voluta, diretta e finanziata: si fanno volare solo gli stracci, mentre i capi - anche quelli che avevano partecipato direttamente agli eccidi - non vengono minimamente disturbati.

Nel processo per la strage di Portella, celebrato a Viterbo per legittima suspicione, i giudici, non certo siciliani, ignorano ogni indagine tendente alla individuazione dei mandanti e, anzi, si sforzano di dimostrare che l'eccidio non aveva nessuna matrice politica, ma era riconducibile alla sola decisione criminale di Giuliano che aveva voluto vendicarsi dei contadini ostili alla sua banda.

Contestualmente, le occupazioni simboliche dei feudi per la riforma agraria e la legittima pretesa di ripartire i prodotti della terra tra i proprietari dei fondi e i contadini che vi lavoravano, secondo i decreti emanati dal governo, vengono perseguiti come “invasione di fondi” e “appropriazione indebita”. Ai contadini, colpevoli di lottare per i propri diritti, vengono comminate centinaia di anni di carcere, mentre ai mandanti delle stragi, a Viterbo come a Palermo, viene concessa l'immunità, il tutto all'interno della strategia di protezione del sistema di potere centrista e “moderato” che si andava imponendo nel Paese.



Il processo dei 114

La magistratura, salvo rare eccezioni, non si occuperà seriamente di mafia sino al 30 giugno del 1963 quando una impressionante serie di omicidi, commessi per l'acquisizione di posizioni di potere all'interno di una organizzazione arricchitasi a dismisura con il contrabbando di tabacchi, la speculazione edilizia e il sempre più promettente traffico di stupefacenti, culmina con la tremenda strage di Ciaculli: nel corso dell'ispezione ad una “Giulietta”, una trappola imbottita di tritolo, muoiono dilaniati dallo scoppio sette tra carabinieri, poliziotti e artificieri. Lo Stato, e la sua magistratura, non possono far finta di niente e, così, viene istruito il processo detto dei “114”, dal numero dei rinviati a giudizio, poi celebrato a Catanzaro per legittima suspicione. Gli imputati, del calibro di Tommaso Buscetta, Angelo La Barbera, Pietro Torretta e altri vengono condannati a pesanti pene detentive, mentre la maggior parte di essi, come Pippo Calò o dei fratelli Rimi, vengono condannati a pene miti perché responsabili solo di associazione a delinquere (il massimo della pena per tale reato è di cinque anni di reclusione, mentre il più grave reato di associazione mafiosa verrà introdotto solo nel 1982): dopo poco tempo, espiata la pena, torneranno liberi a Palermo per continuare nei loro traffici illeciti e rinsaldare i legami con spezzoni del potere politico ed economico.



Gli anni dell' “indifferenza” e l'omicidio Scaglione

Segue - secondo uno sperimentato copione - un ulteriore, lungo periodo di “tregua” tra un apparato repressivo “indifferente” e una mafia che favorisce tale indifferenza mediante una drastica riduzione degli omicidi e un basso tasso di allarme sociale: a Palermo dal giugno 1963 al dicembre 1968 ci saranno “solo” due omicidi di sicura matrice mafiosa. Questo periodo di pax mafiosa si protrae per molti anni e consente all'organizzazione criminale - chiamata dagli accoliti “Cosa nostra” per rimarcarne la coesione interna - una accumulazione di proporzioni sbalorditive con le attività illecite “tradizionali” che, però, ora crescono in modo esponenziale per l'espandersi del consumo, nazionale e internazionale, degli stupefacenti. Proprio a causa di questa grande ricchezza, si scatena la guerra interna per il controllo dell'organizzazione e, nel contempo, aumentano i delitti “visibili” quali le stragi (la più nota è quella di viale Lazio del 10 dicembre 1969) gli attentati dinamitardi, le estorsioni, i sequestri di persona e gli omicidi. Al culmine di questa fase ad alta densità criminosa si ripropone di nuovo la necessità di un intervento repressivo quando la mattina del 5 maggio 1971 a Palermo vengono uccisi il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione e il suo autista: come risposta immediata a questo crimine, che richiama sul fenomeno mafioso l'attenzione nazionale, nel giro di pochi giorni gli inquirenti denunciano e arrestano 114 (numero quasi standard) mafiosi, arcinoti a tutti per il loro inserimento nell'organizzazione criminale.



L'inutile fatica di Aldo Rizzo e i “tranquilli” anni Settanta

Il Pm Aldo Rizzo e il giudice istruttore Filippo Neri svolgono una delle più complete e coscienziose indagini mai avutesi sulla mafia, ma sarà fatica sprecata perché, in dibattimento, i 75 imputati del reato di associazione a delinquere, saranno condannati a pene irrisorie: il tribunale, infatti, eliminerà con speciose motivazioni la pesante aggravante della “scorreria in armi”, restituendo i mafiosi alla libertà e ai loro traffici illeciti.

Cosa nostra si rende conto di aver corso un grave pericolo: per il resto degli anni '70, ripiegherà in una più saggia clandestinità, privilegiando gli affari e, in modo particolare, quelli che le si offrono nel campo della pubblica amministrazione con la intercettazione di un enorme flusso di denaro pubblico. Il legame della mafia con il mondo politico, infatti, è diventato sempre più organico e ciò le permetterà un ulteriore incremento del protagonismo politico, favorita anche dalla tragica stagione del terrorismo, di destra e di sinistra, che sposta l'attenzione pubblica molto lontano dalla Sicilia.

Nel corso degli anni '70 la magistratura sembra non avvertire la presenza della mafia che si rifà viva solo nel 1977 con l'omicidio del capitano dei carabinieri Giuseppe Russo cui non segue nessuna apprezzabile reazione istituzionale: in questo periodo, infatti, non ci sarà nessun processo significativo contro i gruppi criminali che badano solo ad accumulare, indisturbati, ingenti ricchezze.



Il terrorismo mafioso e il “patto scellerato”

Si avverte, però, che qualcosa sul fronte della magistratura comincia a cambiare quando nel febbraio del 1978 il Consiglio Superiore della Magistratura nomina procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, un uomo di sicura fede democratica e di grande determinazione antimafia. Nel giugno del 1979 Cesare Terranova, conclusa l'esperienza parlamentare come indipendente nelle liste del PCI, sta per rientrare a Palermo dove l'aspetta la poltrona di consigliere istruttore. La mafia percepisce immediatamente la pericolosità del duo Costa - Terranova per i propri affari: la tregua è finita sul fronte della magistratura. Il “problema” va risolto prontamente e il primo a cadere sotto il piombo mafioso è Terranova, trucidato il 25 settembre insieme al maresciallo Lenin Mancuso.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, allora, nomina consigliere istruttore Rocco Chinnici e dà un segno preciso della volontà di non lasciarsi intimidire dalla violenza, mentre la mafia cerca di portare a compimento, a tutto campo, la sua opera di “normalizzazione”. Cadono a frotte i servitori dello Stato, da Mattarella, a Pio La Torre, a Dalla Chiesa, a Costa, a Chinnici e tanti altri ancora, giudici, poliziotti e carabinieri, in una sequenza di sangue che sembra inarrestabile.

Questo terrorismo mafioso rivolto contro tanti rappresentanti delle istituzioni costituisce, inoltre, la prova irrefutabile di un collegamento funzionale tra la mafia e parti “eversive” delle istituzioni stesse, non potendosi spiegare un “interesse” così marcato della mafia per la magistratura, la politica e le pubbliche amministrazioni al di fuori di un patto scellerato di mutua assistenza stipulato con gli eversori di Stato.



Il sacrificio di Falcone e Borsellino e la nuova consapevolezza

L'esempio di Costa e Chinnici, però, viene raccolto da gran parte della magistratura che ha riacquistato in pieno il suo ruolo di garanzia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in particolare, sotto la guida di Nino Caponneto, dimostrano a tutti che la mafia non è né invisibile, né imbattibile: non vi sono più alibi per nessuno e finalmente il Palazzo di giustizia si scrolla di dosso l'indifferenza che l'ha accompagnato per troppi decenni.

La città è insanguinata da centinaia di morti - nel biennio '82 - '83 solo in provincia di Palermo saranno quasi cinquecento - con Cosa nostra che da un lato è dilaniata da uno scontro interno per il predominio dell'organizzazione e dall'altro, unitariamente, è attenta a che il quadro politico, economico e istituzionale, funzionale alla propria esistenza non muti: una linea di condotta che sarà alla base del suo operare concreto, da Terranova alle stragi successive di Capaci, via D'Amelio, Roma, Firenze, Milano.

Il sacrificio di Falcone e Borsellino, in particolare, sembra aver interrotto definitivamente la estenuante “periodicità” di una lotta alla mafia che si ripresentava di decennio in decennio e solo quando, come abbiamo visto, non era più possibile far finta di non vedere le decine di morti ammazzati lasciati per strada.

Oggi la consapevolezza che la mafia “esiste” anche quando non dà fastidio con episodi esteriori di criminalità, sembra acquisita definitivamente. Una consapevolezza alla quale la magistratura è giunta dopo aver pagato un prezzo altissimo di sacrifici e di vite umane, da quelle di magistrati “all'antica” come Terranova, Costa, Chinnici e Saetta, a quelle di giudici “maturi” come Falcone, Borsellino, Ciaccio Montalto, a quelle di “giudici ragazzini” come Livatino, tutti forti di esperienze conquistate condividendo un ideale di democrazia raggiungibile solo attraverso la liberazione dalla mafia e dal sistema di potere ad essa organico.

A determinare il loro sacrificio non è stata estranea la società civile, che li ha sorretti e che, a sua volta, ne è stata influenzata, in un circuito di reciprocità la cui tenuta è indispensabile se non si vuol tornare indietro.

La cittadella della giustizia è stata espugnata dagli onesti, speriamo per sempre.

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